Il sentimento della gelosia nei cani (e negli umani)

Il sentimento della gelosia nei cani (e negli umani)

È comune ritenere che la gelosia sia un sentimento specifico degli esseri umani, parzialmente a causa delle complesse attività cognitive coinvolte in questa emozione. Tuttavia, da un punto di vista funzionale, non sembrerebbe assurdo pensare che un’emozione che si è evoluta per la protezione dei legami sociali da intrusi, possa esistere anche in altre specie sociali, specialmente in una cognitivamente sofisticata come il cane.

In questo esperimento, condotto da Christine R. Harris e Caroline Prouvost dell’Università di California San Diego, è stato allora adattato un paradigma noto dagli studi umani infantili per esaminare la gelosia nei cani domestici.

La gelosia negli esseri umani

Negli esseri umani, la gelosia è un’emozione con conseguenze psicologiche e sociali di vasta portata. Ad esempio, essa in genere emerge come la terza causa di omicidio non accidentale in diverse culture. Sono state da sempre discusse le origini e la possibile funzione della gelosia, ma gli studiosi generalmente su una precisa caratteristica: la gelosia richiede un triangolo sociale, che nasce nel momento in cui un intruso minaccia una relazione importante. Un presupposto comune è stato che l’elicitazione della gelosia comporta, e forse richiede, abilità cognitive complesse, tra cui la valutazione del significato della minaccia rivale nei confronti di se stessi (ad es., autostima) e della propria relazione. Ad esempio, Lewis ha proposto che l’emergere di gelosia richiede la capacità cognitiva di riflettere su di sé e di comprendere le intenzioni coscienti.

La maggior parte delle ricerche in questo settore si sono concentrate sulla gelosia all’interno di relazioni romantiche, in particolare nel caso di potenziale o effettiva infedeltà. Di conseguenza, l’analisi funzionale o evolutiva della gelosia si è focalizzata sulle conseguenze della perdita di un rapporto romantico o sessuale (ad es., tradimento, perdita di risorse affettive) e sugli effetti psicologici e comportamentali derivanti dal proteggere tali rapporti. Una visione funzionale più ampia, tuttavia, sostiene che la gelosia si è evoluta per proteggere le proprie risorse non solo nel contesto di rapporti sessuali, ma anche in uno qualsiasi di una vasta gamma di rapporti importanti. Di conseguenza, lo stesso processo emotivo sottostante che dà luogo alla gelosia nei rapporti sessuali produce anche la gelosia in altri tipi di legami (ad es., le amicizie).

Una possibilità è che gelosia si sia evoluta in primo luogo nel contesto di relazioni padre-figli dove la prole si contende la risorsa dei genitori. Un’implicazione di questa ipotesi è che la gelosia possa avere una forma primordiale (core) attivabile senza complessa cognizione circa il sé o circa il significato dell’interazione sociale. Questa forma primordiale di gelosia può essere suscitata dalla percezione, relativamente semplice, che l’attenzione di una persona amata è stata catturata da un potenziale usurpatore, questo è sufficiente a suscitare un movente per riconquistare l’attenzione della persona amata e bloccare la relazione estranea. Tale gelosia primordiale può servire come blocco di costruzione per una gelosia suscitata da processi cognitivi più complessi. Ad esempio, nei rapporti umani adulti, l’esperienza della gelosia è notevolmente influenzato da ulteriori valutazioni circa il significato dell’interazione (ad esempio, “questo significa il mio compagno mi lascerà?” “Non sono degno di amore?”). In entrambi i casi, gelosia primordiale e complessa, c’è una motivazione per ripristinare il rapporto e allontanare l’usurpatore. Tuttavia, nel caso complesso, le interpretazioni della situazione giocano un notevole ruolo nella elicitazione e nell’esperienza delle emozioni.

La teoria che la gelosia possa assumere una forma primordiale trova supporto da una serie di ricerche, ancora ridotta ma crescente, sulla gelosia infantile umana. Diversi studi hanno rivelato che neonati di 6 mesi di età mostrano già comportamenti indicativi di gelosia, ad esempio, quando le loro madri interagiscono con quello che sembravano essere un altro neonato (ma in realtà, una bambola sufficientemente realistica). I neonati invece non mostravano gli stessi comportamenti, quando le loro madri dedicavano attenzione a un elemento non sociale (ad esempio, un libro).

E nei cani?

Obiettivo della ricerca era la verifica del fatto che gelosia possa essere propria non solo degli esseri umani, ma anche di altre specie sociali in cui si sviluppano legami emozionali tra individui che possono essere minacciati da terzi. È interessante notare che molti osservatori del comportamento animale, tra cui Charles Darwin, hanno suggerito che la gelosia potrebbe esistere in altre specie, in particolare nei cani. Questa possibilità è stata sottolineata anche in una ricerca recente che chideva ai proprietari di raccontare casi specifici a dimostrazione di emozioni manifestate dai loro animali. In tale ricerca, le descrizioni di manifestazioni di gelosia del cane erano abbastanza frequenti tra i proprietari e sempre coinvolgevano un traingolo sociale come precdentemente evidenziato. Quando i proprietari manigestavano attenzione e affetto verso un’altra persona o animale, i cani sono sembrati assumere comportamenti alla ricerca di attenzione (spingendosi contro il proprietario, o ponendosi tra il proprietario e il rivale, o abbaiando, ringhiando o piagnucolando) e alcuni di essi hanno mostrato aggressività.

La narrazione di episodi di gelosia nei cani è comune al pari, se non di più, di altre emozioni che sono spesso considerate più importanti (come ansia e rabbia). Tuttavia mancavano ricerche sperimentali che dimostrassero indizi comportamentali di gelosia nei cani. L’idea che i cani siano in grado di provare gelosia è del resto in linea con un fiorente corpo di ricerche sulla cognizione sociale dell’animale che rivelano che i cani hanno sofisticate abilità socio-cognitive. Per esempio, i cani possono utilizzare una varietà di segnali comunicativi umani (ad es., puntamento, sguardo fisso dell’occhio) per determinare la posizione del cibo nascosto, e si sono dimostrati più acuti degli scimpanzè nell’utilizzare indizi sociali, mostrando anche una certa sensibilità all’iniquità della ricompensa quando un partner viene stato premiato e loro no, e apparendo consapevoli dell’attenzione visiva dei loro partner di gioco e tentando attivamente di manipolarla.

Un risultato

La percentuale di cani che dimostrato sintomi di gelosia è molto maggiore (barra di colore nero) se il "rivale" è un cane di peluche. © Christine R. Harris Caroline Prouvost
La percentuale di cani che dimostrato sintomi di gelosia è molto maggiore (barra di colore nero) se il “rivale” è un cane di peluche. In particolare, la maggioranza dei cani si è avvicinata al proprietario toccandolo o spingendolo. © Christine R. Harris Caroline Prouvost

Ci si potrebbe chiedere se i cani soggetto abbiano ritenuto che l’animale di peluche fosse un vero cane. I dati discussi, in particolare i comportamenti aggressivi verso l’animale di pezza, sembrerebbe suggerire che l’abbiano fatto. Forse anche più convincente, l’86% dei cani ha sniffato la regione anale del cane-peluche durante o subito dopo gli esperimenti. Utilizzare un finto rivale permetteva di massimizzare il controllo dell’esperimento. Il fatto che i comportamenti di gelosia siano stati osservati anche sotto queste condizioni sociali un po’ “impoverite” induce a prevedere che tali comportamenti sarebbero stati ancora più importanti nel caso di un concorrente effettivo che ricevesse affettuose attenzioni dal proprietario. Nel presente lavoro ogni singolo comportamento potrebbe non essere indicativo di gelosia, se preso singolarmente. Tuttavia, il modello dei comportamenti, in particolare quando i cani si sono confrontati con i loro proprietari che mostravano affetto per quello che sembrava essere un altro cane, è simile alla costellazione dei comportamenti osservati negli esseri umani. Questi dati rapppresentano dunque una importante evidenza del fatto che i cani domestici possiedono una forma di gelosia.

Conclusioni dei ricercatori

Tra le diverse ipotesi conclusive prospettate, i ricercatori ritengono sia anche possibile che la lunga fase di co-evoluzione e di addomesticamento dei cani, che probabilmente ha dato luogo a molte delle loro notevoli competenze sociali-comunicative, possa aver creato la loro capacità di gelosia. Forse, questa è una spiegazione dei loro legami emotivi con gli esseri umani oltre che della loro motivazione e capacità di seguire lo sguardo e l’attenzione umana. Si potrebbe speculare che, anche se molte specie sociali hanno la capacità di gelosia, i cani potrebbero essere l’unica specie oltre agli esseri umani in cui tale emozione può essere evocata in relazione a un membro di una specie diversa. Futuri studi che esaminino le capacità affettive e conoscitive di altre specie animali potrebbero aiutare a vagliare questa intrigante possibilità. Tale lavoro sarebbe particolarmente giustificato dato che una grande percentuale dei proprietari di altri tipi di animali domestici animali come cavalli, uccelli e gatti, segnalano segni di gelosia nei loro animali. Ulteriori ricerche sulle componenti neurobiologiche e sulle loro influenze sulle emozioni negli esseri umani e in altri animali potrebbero aiutare a districare somiglianze e differenze di emozioni e di comportamento sociale tra le specie.

La ricerca originale è apparsa su PLOS ONE